Negli ultimi anni termini come Industria 4.0, IoT e quarta rivoluzione industriale sono entrati nel linguaggio comune ma, spesso, molte persone non hanno chiaro cosa sia realmente l’Industria 4.0, come si applica alla realtà produttiva e quali vantaggi si possono ottenere impiegando tempo e risorse in questa direzione.

Il termine Industria 4.0 è stato usato per la prima volta nel 2011 alla Fiera di Hannover, in Germania. In Italia, invece, il termine è apparso ufficialmente solo nel 2016, nel documento Piano Nazionale Industria 4.0 (2017-2020) che tratta di un insieme di misure in grado di favorire gli investimenti in questo nuovo settore.

Utilizzando poche parole possiamo definire “Industria 4.0” un modello di produzione e gestione aziendale. Secondo una definizione più precisa, data dal Ministero dello Sviluppo Economico, gli elementi che caratterizzano il fenomeno sono “connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso Big Data e adattamenti real-time”. Pensiamo, quindi, ad una gestione più flessibile e organizzata del flusso produttivo, a macchinari connessi tra loro ed alla capacità di analizzare in tempo reale una grandissima quantità di dati. Tuttavia, nulla di tutto ciò è realizzabile senza tecnologie abilitanti capaci di creare modelli di interconnessione tra informazioni e sistemi, integrando tecniche produttive capaci di aumentare l’efficienza e la qualità produttiva, diminuire il consumo di energia e gli sprechi, favorendo una produzione predittiva.

L’ingresso prorompente della “Digital transformation” ha cambiato, in questi anni, il modello di produzione che conoscevamo: l’attenzione si è spostata dalla produzione standardizzata a basso costo alla produzione personalizzata di alta qualità. Stiamo assistendo alla crescita dell’automazione e della disponibilità di prodotti in grado di dialogare in tempo reale con il ciclo produttivo, fin dal momento in cui sono disegnati, garantendo una comunicazione multidirezionale nell’ambito di tutti i processi produttivi. Questa caratteristica permette alle imprese di rivedere non solo le logiche e i processi di produzione in termini di maggiore efficienza, ma consente di esplorare nuovi modelli di business, a partire dal prodotto che può essere interpretato in forma di servizio. La collaborazione nata tra Philips e l’architetto Thomas Rau ne è un esempio. Si è passati da una vendita una tantum a un modello “Pay per lux” di un sistema di illuminazione intelligente in cui Philips mantiene la proprietà dei materiali e Rau Architects beneficia, pagando un canone mensile, della manutenzione e dell’assistenza, nonché della possibilità di adattare o aggiornare la configurazione.

Tuttavia, l’intelligenza tecnologica non è legata soltanto alle macchine e alle persone, ma è diventata pervasiva in ogni aspetto della quotidianità: ad esempio sono diventati intelligenti e tecnologici gli edifici, i mezzi di trasporto, i prodotti e i loro imballi. Con l’Industria 4.0 l’ecosistema tecnologico si allarga, incrementando nuovi livelli di monitoraggio e controllo che aiutano a gestire una pluralità di risorse all’insegna della qualità, sicurezza, riduzione dei costi e di una sostenibilità più virtuosa e senza sprechi.

In questa direzione puntano non solo le imprese ma anche i governi con incentivi fiscali e finanziamenti per le imprese che aggiornano i propri impianti e il proprio business secondo i modelli di connessione e integrazione digitale. In Italia, tra gli obiettivi fissati dal Mise nel suo Piano nazionale Industria 4.0, si punta a mobilitare fino a 10 miliardi di euro in investimenti privati in più (da 80 a 90 miliardi circa) entro il 2020, oltre a un aumento di 11,3 miliardi di euro in spesa privata in ricerca e sviluppo.

Ma quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale sul mercato del lavoro? Il grande divario da colmare, rispetto a paesi come la Germania, non riguarda tanto le infrastrutture quanto il capitale umano: mancano manager e professionisti con le qualifiche adeguate a questa vera e propria rivoluzione industriale. Possiamo trovare una risposta nel “Piano nazionale Industria 4.0” che pone l’obiettivo di 200mila laureati inseriti nel settore e 3mila manager specializzati sui temi dell’Industria 4.0. L’occupazione è un tema molto sensibile: i timori sono molti ma bisogna pensare non solo alla cancellazione di alcune professionalità ma alle numerose carriere che possono nascere in questo nuovo settore. Ne è una prova il rapporto pubblicato dalla Commissione lavoro del Senato (“Impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale”) che evidenzia una quota del 10% di lavoratori che rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le proprie competenze. Attualmente la domanda si concentra maggiormente su ruoli nati da poco e con una richiesta in ascesa su scala internazionale: analisti del business digitale, hardware engineer, esperti di cybersicurezza e soprattutto sviluppatori.

Concludendo, anche se oggi il modello industriale italiano sta mostrando i suoi lati deboli rispetto alle dimensioni e al dinamismo delle economie avanzate e di quelle emergenti, siamo di fronte ad un cambiamento tecnologico-culturale importante. Certamente l’attuazione dei nuovi metodi industriali non è facile ed immediata ma rappresenta un’opportunità da non perdere per superare l’ostacolo dove si trovano bloccate la maggior parte delle PMI.

 

Giammaria Zanella, consulente area controllo di gestione di EY SEI Consulting